Storie Laureus – LA TESTIMONIANZA DI MICHELE

Mi arrivò a casa, attraverso la scuola, un invito per partecipare ad una giornata, un sabato mattina, insieme a mio figlio di quasi 6 anni.

Si trattava di una esperienza di gioco e di pensiero, a conclusione del percorso di avviamento allo sport fatto da Riccardo durante l’anno, una sorta di conclusione nella quale si sarebbe parlato di come far proseguire l’esperienza sportiva ai bambini.

Il percorso si chiamava “Innamorarsi dello sport” e io volevo assolutamente che il mio bambino si innamorasse dello sport, così sabato mattina partecipai all’incontro insieme ad Riccardo e ad altre undici coppie di genitori e figli.

Gianni, di Fondazione Laureus, ci accolse in una palestra con al centro una catasta di oggetti, nascosti da alcuni teli. 

Ci fece sedere in cerchio attorno alla catasta, ogni genitore con accanto il proprio bambino, e dopo i saluti ci chiese di conoscerci un po’ meglio dicendo al gruppo una qualità: il genitore del bambino, il bambino del genitore. 

Sul momento mi sembrò una richiesta banale, soprattutto perché la qualità doveva essere concreta.

Di Riccardo dissi che era bravo a sparecchiare, lui disse che ero bravo a fare la torta al cioccolato. Si susseguirono moltissimi complimenti culinari, qualcuno riferito al lavoro, costruisce delle case altissime, conta i soldi velocissimo, con qualche concessione anche alle pratiche sportive.

Poi Gianni ci disse di correre nello spazio tenendosi per mano, poi lasciare la mano e ritrovarla, giocare a prendersi, giocare a slacciarsi le stringhe delle scarpe o togliere il velcro. 

Confesso che dopo poco ero stanco, anche se sguardi complici e risate non sono mancate.

Il momento di gioco si concluse tra i sorrisi dei bambini e il fiatone di qualche genitore e venne così il momento di utilizzare la catasta. 

Tolti i teli, trovammo coni, cerchi, bastoni, scatoloni da comporre, cuscini, corde, mollette per il bucato, rotoli di carta velina, parallelepipedi di gomma piuma, rotoli di nastro adesivo, tappetini, tappeti e tappetoni e non so cos’altro ancora.

E in 10 minuti ogni coppia di genitore e bambino avrebbe dovuto costruire un ostacolo, con cui si sarebbe composto un percorso.

Alcuni genitori si tuffarono facendo razzia di materiale. Alcuni non interpellavano il bimbo sulle scelte, chi invece lo faceva ancora non si era mosso. Due stili diversi.

Incominciammo la costruzione del nostro ostacolo e mentre lo facevamo inevitabilmente gli occhi vagavano sul lavoro altrui in cerca di ispirazione o rassicurazione o confronto. 

Noi costruimmo un ostacolo classico da saltare e Gianni ci invitava a farlo provare al bimbo prima di concluderlo.

Il nostro forse era un po’ troppo basso per destare entusiasmi.

Riccardo teneva gli occhi fissi su quello che avevano costruito le altre coppie di genitori e figli. 

Venne il momento di provare gli  ostacoli degli altri.

Il campo di gioco era quindi formato da 12 ostacoli, disposti in cerchio, ben distanziati tra di loro, i genitori erano accanto all’ostacolo da loro costruito, qualora servissero delle spiegazioni sul come affrontarlo. Sul nostro sinceramente c’era poco da dire ma altri mi sembravano più complessi.

Iniziarono così quei dieci minuti non facili né per me né per Riccardo.

Alcuni ostacoli erano molto affascinanti. Un cerchio grande incastrato su un cono con dietro un materasso, due tappeti messi a circa un metro tra di loro con sotto un torrente fatto di carta crespa azzurra, delle corde appoggiate a terra sulle quali occorreva camminare in equilibrio, chi metteva il piede a terra doveva tornare indietro, un distesa di cerchi piccoli da attraversare con divieto di mettere i piedi nel rosso, un tunnel costruito con un insieme di scatoloni allineati, qualche salto dell’ostacolo un po’ più alto del nostro ed altri che non ricordo.

Quello che mi ricordo bene, fu l’atteggiamento di mio figlio.

Si rifiutò di lasciare la mia mano e di fronte agli ostacoli mostrava una sorta di timidezza, di paura, una sensazione di non essere capace.

D’altro canto anch’io ero in difficoltà. Non sapevo come comportarmi. Cercavo di incoraggiarlo, esortarlo. Sentivo l’ansia crescere e mi si stampava sul viso quel sorriso come se dovessi giustificarmi. Di solito non fa così mi veniva da dire…

Gianni continuava a ripetere:  “senza fretta, concedetegli il tempo, non è una gara, non intervenite troppo, astenetevi”.

Alla fine fece esclusivamente gli ostacoli più semplici, ma capivo che questa cosa lo avviliva, lo rendeva triste.

Come se non bastasse, vennero posizionati alla fine del percorso addossati alla parete dei tappettoni da ginnastica artistica, molto lisci, appoggiati in verticale alla parete con la consegna rivolta ai bambini di scalarli per arrivare alla cima.

Notai che i bambini che arrivavano alla parete carichi di energia e gioia per il superamento degli ostacoli del circuito, erano talmente veloci e tonici che arrivavano alla cima quasi per lo slancio che portavano con sé. 

Chi arrivava lentamente, titubante e scarico tentava la salita, ma senza alcun successo. Riccardo era tra loro. 

Mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. La tentazione più forte era quella di prenderlo in braccia e portarlo alla vetta. Non lo feci!

Gianni, mentre i bambini bevevano un po’ di acqua, si avvicinò a noi genitori e ci parlò della frustrazione ottimale.

Vale a dire ci raccontò dell’importanza di misurare con il contagocce la dose di difficoltà da consegnare al bambino.

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Progetti di solidarietà

  1. Bike for Good

    Il progetto sportivo educativo "Bike for Good", realizzato in collaborazione con Fondazione EOS, sarà sviluppato all'interno delle scuole con le quali collaboriamo nelle periferie delle città e supporterà l’inclusione, il coinvolgimento e la riattivazione dei giovani adolescenti tra cui i NEET (not in education, employment or training) per avvicinarli al variegato mondo della bicicletta e creare in loro la consapevolezza di poter essere “parte attiva” della sostenibilità dell’ambiente.
    • €2.595 Raccolti
    • €3.000 Obiettivo
  2. Progetto Stringhe

    “STRINGHE - Piccoli numeri in movimento”, è il primo progetto in Italia che unisce educazione digitale e motoria.
    • €11.500 Raccolti
    • €20.000 Obiettivo
  3. “TUKIKI: diamo insieme un calcio alla disabilità”

    Il calcio, come strumento per superare le difficoltà di comprensione e socializzazione.
    • €3.000 Raccolti
    • €3.000 Obiettivo
  4. Sport For Good

    Calcio, basket, judo, vela e più di 20 discipline sportive in gioco. Oltre 400 bambini e ragazzi che ogni anno, possono praticare gratuitamente uno sport, come strumento di recupero, riscatto e formazione. Il progetto Sport For Good è attivo nelle periferie delle principali città italiane come Roma, Napoli e Milano.
    • €4.000 Raccolti
    • €10.000 Obiettivo